Film che pensano (Italian Edition) by Umberto Curi

Film che pensano (Italian Edition) by Umberto Curi

autore:Umberto Curi [Curi, Umberto]
La lingua: ita
Format: epub
editore: Mimesis Edizioni
pubblicato: 2020-10-25T23:00:00+00:00


Capitolo tredicesimo

Il teorema di incompletezza.

Peter Weir

1. The Truman Show (1998)

Secondo la formulazione proposta nel 1931 da Kurt Gödel (il maggior logico del Novecento), il “teorema di incompletezza” stabilisce che all’interno di ogni sistema formale esistono proposizioni che il sistema non riesce a “decidere”, e cioè non riesce a dare una dimostrazione né di esse, né della loro negazione. Da ciò risulta (volgarizzando una teoria estremamente complessa e sofisticata) che per poter stabilire la contraddittorietà di un sistema, è necessario “uscire” dal sistema stesso, riferendosi a qualcosa che sia a esso esterno. Fatte le debite differenze fra ambiti linguistici ed espressivi molto distanti, non è azzardato affermare che The Truman Show può essere considerato un’“applicazione” rigorosa del teorema di Gödel in campo cinematografico.

L’universo – in senso stretto, il kosmos, e cioè l’“assetto ordinato” – nel quale vive il protagonista del film appare del tutto razionale, e perfino banale, non soltanto a lui, ma anche allo spettatore, fino al momento in cui non interviene qualcosa dall’esterno, capace di insinuare il dubbio, incrinando l’altrimenti “indecidibile” coerenza del sistema. Mai Truman avrebbe potuto accorgersi del carattere totalmente fittizio del suo mondo, e della sua stessa vita, se alcuni “segnali” esterni (primo fra tutti, un evento impensabile nella vita “reale”, e invece possibile nel mondo della fiction, quale è l’improvvisa ricomparsa del padre morto 22 anni prima) non lo avessero insospettito, spingendolo a mettere sottosopra una routine quotidiana che, in caso contrario, sarebbe proseguita secondo le linee già tracciate dal regista-demiurgo dello show.

Integralmente eterodiretto, perfino nei suoi affetti, il pacifico impiegato di una compagnia assicurativa avrebbe divorziato dalla moglie, trovando prontamente consolazione nelle seducenti braccia di una bionda collega. Per il resto, tutto sarebbe proceduto come sempre, secondo un copione meticolosamente prestabilito: la colazione mattutina, l’uscita di casa invariabilmente in un clima di radiosa e perenne primavera, il “buongiorno” (e “buon pomeriggio” e “buonasera” e “buonanotte”) ai vicini, l’acquisto dei giornali, l’incontro con i due attempati gemelli, l’arrivo in ufficio, le bevute di birra in compagnia dell’amico di sempre, al quale confidare inoltre la ricorrente aspirazione ad andare lontano, spingendosi oltre i limiti della vita ordinata e sempre uguale di una tranquilla isoletta, magari per raggiungere gli antipodi, per realizzare il sogno a lungo cullato di approdare alle isole Fiji.

Truman non sa di essere ripreso, in ogni istante della giornata, dal momento della nascita fino al suo ormai imminente trentesimo compleanno, da cinquemila telecamere, disseminate ovunque, che ne scrutano e registrano ogni movimento, con alcuni semplici accorgimenti per “sfumare” i momenti di intimità con la moglie. Non sa che il microcosmo nel quale egli vive altro non è che un gigantesco set televisivo, in cui tutto ciò che accade è il risultato di un artificio, meticolosamente progettato e accuratamente realizzato. Non sa che perfino le parole “sincere” rivoltegli dal suo migliore amico – “per niente al mondo ti mentirei” – sono frutto dell’ammirevole recita di un attore docile ai suggerimenti del regista. Ma non sa, soprattutto, che al di là della distesa d’acqua, sulla



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